Poi però non si può passare tutto il tempo a pensare che cosa è ‘macro’ e che cosa è ‘micro’. Quindi esci e vedi lo sputafuoco.

 

L'idea dello sputafuoco nasce nelle piazze di Firenze di fronte ad un ragazzo che eseguiva in modo abbastanza ardito una fiammata dalla posizione orizzontale disteso a terra sulla schiena. La cosa è poi maturata in una riflessione che ha coinvolto, da una parte, in negativo le opere di Kounellis eseguite con il fuoco e dall'altra, in positivo un lavoro di Alighiero Boetti. Il pensiero è quindi rivolto agli anni settanta con tutte le sue implicazioni Neo-Duchampiane e concettuali che si conoscono. Il fuoco, utilizzato nei lavori di Kounellis, è infatti un oggetto che in modo freddo viene accostato ad altri oggetti (tra cui anche una modella fasciata in una coperta militare), per la sua valenza scenica da una parte e per il suo colore dall'altra. La 'cosalità' del fuoco dei cannelli di K. Rende il tutto molto freddo. Nel mio caso invece il fuoco che viene emesso da un bruciatore inserito nella bocca dello scultura sputafuoco è regolato con una intermittenza a un minuto tra una accensione e l'altra. Il fuoco è, in questo caso, caldo e non solo pericoloso per chiunque si avvicini. Volevo in questo modo realizzare una scultura che non fosse il semplice oggetto da vedere nella totale estraneità e freddezza (anche se devo ammettere che quando ho visto a Milano le opere con il fuoco di Kounellis ne sono rimasto particolarmente affascinato), ma se mai qualcosa di vivo che sapesse al di là degli effetti scenici (che ho cercato di frenare il più possibile con la collocazione vicino ad un lavatoio abbandonato dietro ad un fienile), ridare spessore in senso di 'carne' (intendendolo un po’ come lo intenteva Giovanni Testori quando parlava delle sculture da plasticatore eseguite da Gaudenzio Ferrari per il Sacro Monte di Varallo) e soprattutto tridimensionalità in contrapposizione a tutto un modo di fare arte che da trent'anni si trascina sulle spalle il 'macigno' del Concettuale nel gioco di forma e non-forma, linguaggio e non-linguaggio. Il fuoco esce dalla bocca in modo diretto e come le parole di un dialetto parla delle cose in modo concreto e non intellettuale. Vorrei su questa linea, infatti, riuscire a fare una scultura che sapesse raccontare, un po’ come negli affreschi di Trescore di Lorenzo Lotto oppure in alcuni quadri 'materia' o 'Stati d'animo' di Umberto Boccioni, o ancora nelle terrecotte di Lucio Fontana, cioè di saper parlare in modo semplice il pensiero e la ragione che accompagnano il lavoro. Ecco che in questa dimensione entra finalmente a pieno l'ironia della mente che pensa al lavoro, e quindi Alighiero Boetti. Infatti sul bordo che lega il piede destro con la mano sinistra (quella che gli antichi greci consideravano più vicina al pensiero del singolo individuo in quanto non veniva usata per salutare gli altri), corre una scritta eseguita in modo molto banale a ritaglio che dice: io che metabolizzo al sole di Montefiesole.

L'uso del pronome io è naturalmente legato al fatto che è un autoritratto.
E' sul termine 'metabolizzo' che bisognerebbe potersi soffermare; comprensibile dal punto di vista scientifico - biologico ma difficilmente spiegabile in riferimento al lavoro dell'artista o dello scultore nell'ambito della contemporaneità. Per essere chiari a mio avviso dipende da come si è in grado di capire e comprendere nei nostri limiti quello che è passato in Arte per sapere esattamente quello che si sta facendo e soprattutto quello che spesso altri vorrebbero farti fare. In concreto è vero che tutto ciò che esiste è esattamente davanti ai nostri occhi ma è altrettanto vero che se non siamo in grado anche solo di descriverlo non riusciremo a metabolizzarlo dandogli anche solo involontariamente una presunta spiegazione. E ancora, è vero che siamo in un ambito e in terreno soggetto a forti scosse telluriche, ma è altrettanto vero che una volta distinto ciò che è 'arte' da ciò che in modo generico viene definito 'natura' nella sua accezzione di immotivato o anche senza un pensiero preciso, e quindi accettato il fatto che tutto ciò fa l'uomo in ambito artistico ha sempre una spiegazione in quanto frutto di una professionalità e di un pensiero, diventa innegabile che più si lavora nella direzione di una esatta metabolizzazione di tutto ciò che si vede e più si potrà assumere una posizione coerentemente pertinente.