A' L'ART PUBLICAncora una volta, nonostante i ripetuti tentativi di far parlare il lavoro, sono costretto a scriverne per chiarirmi e per chiarire la mia posizione. Lo stimolo a fare teoria e scrivere sul lavoro svolto è solo legata ad una esigenza di maggiore chiarezza al fine di non passare per supponente e spocchioso a riguardo. (Probabilmente questa è solo una mia esigenza, e preoccupazione, in quanto altri artisti o detti tali, non si occupano assolutamente del problema) E' vero, dagli anni ottanta in avanti, leggendo le  riviste di settore, con interviste ad autori che tentano d spiegare il proprio lavoro, si tenta di spiegare quale direzione stia prendendo l'Arte . Sicuramente è una caratteristica recuperata dagli anni dieci e venti del XX sec., e coincide con due fenomeni paralleli di particolare interesse; uno  la fine delle neo-avanguerdie, con una conseguente fine delle aspettative idealistiche dell'Arte (pensiero entropico e dintorni), e dall'altra l'esplosione del fenomeno 'critica creativa'. Naturalmente anche questo rinnovato vigore teorico da parte della critica e non solo, è collocabile nell'esigenza, sicuramente condivisibile, di storicizzare il lavoro e le sue fasi successive come legate o conseguenti ad un pensiero e ad una riflessione sul passato più o meno recente. L'obbiettivo più o meno dichiarato è sempre quello di un attacco frontale alle convenzioni e alle istituzioni intese come il Museo e sistema di mercato dell'Arte. Le teorie o le   giustificazioni del lavoro degli artisti, espresse dagli stessi o tramite interviste più o meno concordate, sono le più disparate; da quelle che puntano sul tema dell'immagine e del rapporto con uno spettatore più o meno disincantato a cui devono essere estirpate, con o senza trauma della convenzioni di gusto considerate obsolete (non sono mai riuscito a capire come si dovesse identificarsi, in quanto spesso mi mancava l'empatia entusiastica necessaria al completo farsi trasportare), a posizioni che  invece tendono a trattare soggetti più o meno aderenti a problematiche sociali come la droga, l'aids, l'immigrazione, il razzismo, l'emarginazione, la povertà, etc.,  e che spesso riescono a trovare appiglio su di un pubblico che ha vissuto da vicino, o anche di persona i problemi tematizzati (vedi infatti dagli anni '80-'90 l'esplosione sulla ribalta dell'arte di artisti provenienti dalle parti più disparate del mondo e soprattutto con un vissuto personale spesso burrascoso e problematico). Non ultimo il caso in questione, di un Arte pubblica e relazionale che sappia valorizzare il luogo (site specific) in cui si opera in rapporto ad uno spettatore e fruitore che deve per antonomasia essere il più possibile un cittadino locale. L'Arte pubblica o relazionale, non dovrebbe per statuto (non scritto) passare dalle gallerie, preoccuparsi della commerciabilità del prodotto, ma se mai sensibilizzare, da una parte un pubblico meno specialistico e più popolare, e dall'altra di porre nuovi stimoli agli orizzonti del fare Arte e dell'essere artisti. Basterebbe pensare ai lavori di G. Matta Clark in America e a quelli di Beuiys prima in Germania e poi in Italia, per comprendere quali siano le radici di una urgenza Pubblica e relazionale che sapesse porre una reificazione al sistema delle gallerie e al pensiero minimalista e concettuale che fino ad allora aveva dominato la cultura. Qui bisognerebbe aprire una parentesi sull'Arte Povera ma non c’è lo spazio.  Di fatto tornando al soggetto, l’Art Public, si può senza  dubbio dire che dopo anni di minimalismo, concettualismo, post-astrattismo, nuovo realismo, e altro, l'urgenza dell'Arte pubblica ricollola al centro il tema di un contributo antropomorfo  e anche etnografico al 'fare' Arte e soprattutto all'essere Artisti. E' chiaramente un sentire il lavoro dell'artista come permeato di autorialità (vedi 'aura' di Benjamin), e fortemente caratterizzato da una esigenza di maggiore verticalità dell'essere artista e del fare Arte. L'urgenza è implicitamente quella di uscire dalle secche dell'entropia del post-moderno, per ritrovare nel luogo o nel site-specific la naturalità di un gesto e di un pensiero che sappia rapportarsi con il singolo, con l'autore, con lo specifico, che quasi per metafora parli sottovoce ad un pubblico ristretto, senza porsi, da una parte problemi di comunicazione e di messaggio e, dall'altra di definire che cosa sia l'Arte o anche solo l'artista. E' la fine degli anni '80 che la critica per quanto creativa soffre di incapacità propositiva e le opere degli artisti sembrano giocare in modo sado-masochistico con il sistema dell'Arte proponendo un continuo contraddittorio di distinguo, in cui si potessero tenere salve le singole identità degli artisti. La teoria e il saper scrivere diventa il discriminante fondamentale tra gli artisti,  per non rimanere invischiati nelle richieste commerciali e mediatiche del sistema Arte. La promozione dell'Arte pubblica offre a chi ne sappia dare il giusto contributo (spesso le mostre bisogna sapersele organizzare da soli e a proprie spese), la possibilità di restaurare o ricongetturare quel rapporto artista - luogo (inteso metaforicamente come artista – natura ma anche come pensiero - azione), che era andato perso dalle prime formulazione illuministiche della modernità. Lavorare sul sito specifico, trovare il modo per coinvolgere un pubblico locale, promuovere cultura a partire dal basso (come il caso della pop art?), considerare la condizione urbanistico - antropologico (dati storici e sociali dell'insediamento urbano in cui si interviene) - politiche (che tipo di giunta comunale e chi sono le persone che ti danno il permesso di intervenire pubblicamente), è divenuto il nuovo orizzonte lavorativo a partire dagli anni '90. E' l'affermazione di un pensiero che vuole dare al cittadino e alla cultura la possibilità di rapportarsi con delle situazioni specifiche semplici e intellegibili, in cui si dia voce al singolo e all'individuo, come una persona dallo statuto antropologico forte che sappia dimostrare di avere trovato delle radici etnografico -  culturali autoctone così evidenti da poter essere condivise sia da un pubblico più popolare, che da spettatori-fruitori con una cultura alta. Basta sfogliare e leggere i giornali di settore per accorgersi che ormai metà dello spazio informativo dedicato alle mostre in svolgimento sono su avvenimenti e organizzazioni di manifestazioni legate alla città, al luogo o al territorio, e per di più con finanziamenti di tutto rispetto al confronto con le 'istituzioni'.  E' naturalmente l'opposto di una cultura che rapportandosi attraverso i media  appiattisce il fare arte a un  piccolo file di una memoria collettiva troppo grande per essere gestita. C'è, invece, nello statuto dell'Arte Pubblica e Relazionale un  modo di proporsi   alternativo: fare dell’Arte un ‘servizio’, come la metropolitana, il quotidiano venduto all’edicola, o il volontario (ripagato delle spese vive), che fa la spesa per le persone anziane o portatrici di handicap.  Insomma si ripropone in modo implicito una visione romantica del mondo e del sistema Arte,  in cui gli artisti con il loro intervenire sul luogo specifico sembrano ricucire lo strappo  con la 'natura', intesa come presa d’atto  di elementi antropici e strutture antropologiche preesistenti. Sono molti gli artisti  che credono e pensano con l'Arte Relazionale e Pubblica di scardinare un sistema esclusivamente mercantile del prodotto artistico, di proporre qualcosa che possa andare bene e meglio , non solo per il singolo luogo, ma anche per la politica e sicuramente per il rispetto dell'ambiente e di tutte le sue caratteristiche. In verità, spesso, non si fa altro che arricchire le tasche di voti per i politici in carica per l’amministrazione del singolo comune o provincia, ma soprattutto di incrementare la spietata competizione che vi è ormai da anni, nell’accaparrarsi fondi pubblici e finanziamenti europei, per la creazione di contesti  di servizi e di beni che servono da vetrina alle singole politiche locali. Insomma andare a vedere e osservare con cura le opere e gli artisti di Arte Pubblica e Relazionale, è divenuto come seguire Alice nel suo viaggio fantastico, dove ogni volta le sue disavventure, sia pur intriganti e simpatiche, assumono il sapore della trovata episodica e fine a se stessa. Naturalmente dentro a questa posizione personale di profondo scetticismo rispetto agli Artisti e alle opere da loro prodotte, galleggia, senza soluzione di continuità, una esperienza del sottoscritto (dal 1987 'Politica' - Novi Ligure fino alla creazione dello Spazio di via Lazzaro Palazzi a Milano), che per quanto insignificante e limitata, assume ogni volta un peso e una consistenza simile a quello che era il carico sul tetto della macchina di Fantozzi quando andava in vacanza con moglie e figlia. Ora tornando al lavoro qui esposto, ma creato per l’occasione di una mostra - evento di Arte (pubblica) per la Città, a Borghetto Borbera (AL), vorrei descrivendola cercare di farvi capire quale sia il pensiero guida. Partendo dal basso un parallelepipedo che vuole ricordare lo scranno con epitaffio del quadro di J.L. David dedicato al compagno di tante battaglie Marat, ma qui consegnato all’Art Public. Dallo scranno, proseguendo verso l’alto, esce una porzione di gamba con piede che termina nella parte alta con una vaschetta piene di acqua. Sempre dall’interno del parallelepipedo di base, poi,   esce un tubo azzurro che termina in un cannello acceso che scalda l’acqua nella vaschetta, come un piccolo fornello da campeggio. L’acqua evapora creando del vapore che sale verso l’alto. Un lavoro tutto in verticale dedicato all’arte Pubblica in forma di epitaffio che in modo significativo spiega quali siano le conseguenze del tanto camminare e spostarsi (piedi doloranti e fumanti), per vedere i lavori di Arte Pubblica in giro per l’Italia e l’Europa. Fate voi, forse sono solo un po’ stanco.                                                                                                                                                                     

 

                                                                                                                                                                                              Matteo Donati (Luglio 2007)