Filologiae  e/o...Tiracorrendo!!?...

 

Torna alla Pag.1

 

FilologIae

 

   P.Almeoni, L. Fabro, A. Trovato

 

   

 

  E.Buonaguro, M.Donati, R.Proto, L.Protti, L.Quartana, A.Trovato, J.De Sanna

 

 

 

 

 Filologiae è un modus operandi in cui il lavoro si lega al passato senza soluzione di continuità, escludendo qualsiasi posizione ideologica o politica. E' vero ho partecipato  alla realizzazione di questa mostra presso la sacrestia vecchia del Bramante in S. M. della Grazie a Milano, imponendomi una operazione molto simile a quella di mettere una tovaglia sul tavolo prima di mangiare: solo che la tovaglia, troppo grande, per sbaglio è stata stesa sul tetto della casa rinchiudendo tutti in una gabbia ad imparare a fare l'artista. Che brutta faccenda; ma soprattutto che pretesa da  Nazareni puristi. Ho realizzato, per fortuna, solo le trine di ottone su disegno di Leonardo, che si vedono avvicinandosi ai dipinti reinterpretati della scuola del Luini.

 

“Ore 23.15 di oggi:Tiracorrendo è l'odore della terra umida, apparente risultato di un meno apparente gran lavoro di disboscamento. Ci consente di guadagnare altro terreno. E rovinò la notte”.  Questo è ciò che compariva sul fondo del quarto di copertina del numero 1 della rivista legata allo spazio di via Lazzaro Palazzi. L'immagine bucolico-apocalittica che viene evocata in queste brevi righe fa supporre che il gruppo di artisti (Mario Airo, Enzo Buonaguro, Matteo Donati, Stefano Dugnani, Giuseppina Mele, Bernard Rudiger, Adriano Trovato), intenda lavorare cercando di far pulizia di molti luoghi comuni che alla fine degli anni '90 a Milano vedevano il riemergere di una attenzione alla 'forma' intesa come 'preposizione' di 'vuoto', ben confezionato, e in grado di sopportare lo sguardo e l'occhio sempre più esigente del mercato e dei collezionisti. Insomma ancora una volta un gruppo di giovani Artisti, per la maggior parte accomunati da una eredita di formazione presso la 'scuola' di Luciano Fabro, vuole dire la propria e contestare le logiche di mercato che trasversalmente imponevano i loro modelli. Prendendo anche solo la sottile metafora del testo di Trovato che si firma G.Matta Clark (con un riferimento alla sua morte precoce), si potrebbe sostenere che dall'impostazione si deduce una vena anarchico-artistico, che mira a riaprire i termini del confronto e del discorso sull'Arte. Poi l'accusa di 'puritanesimo' di B. Rudiger alla cultura contemporanea, l'omaggio di 'tranquillità'  al lavoro di A. Trovato da  E. Buonaguro, e neanche a dirlo, l'articolo anacronistico e vagamente poetico (forse la cosa peggiore che si potesse leggere e che per fortuna messo in prima pagina in modo che passasse inosservato) scritto da M. Donati, ad un modo di fare, Lorenzettiano del termine, che allora più di oggi lascia intravedere una libertà di movimento e di gestione delle possibilità di lavoro così ampie che noi neanche riusciamo ad immaginarcele. Insomma sembrava veramente il tramonto di un epoca, di un modo di pensare, che ci permettesse di aprire ad un rapporto con il passato più scanzonato, meno vincolato a tributi particolari a maestri riconosciuti dalla precedente generazione di artisti, e più disinvoltamente disposti a giocare con il sistema dell'Arte, le sue regole, le sue pseudoestetiche, e soprattutto le sue pretese impositive di un modello produttivo facilmente consumabile. Ma come al solito queste intenzioni, così nobili e alte, ma allo stesso tempo concrete e realistiche, che anche nel loro piccolo avrebbero dato la possibilità di aprire un discorso di confronto con tanti altri artisti (basta pensare, anche, solo al lavoro performativo-sperimentale sul valore del presepe fatto da Marco Cingolani per il dicembre del '90 allo Spazio Lazzaro Palazzi), al fine di aprire una rete di relazione che potesse tracciare una trama sottesa di un ‘tappeto artistico' di continuo confronto e soprattutto di costruzione critica, sui lavori sulle opportinita di lavoro e sulle presunte richieste del sistema mercato dell'Arte. Come avete potuto notare anche qua si intravedono degli atteggiamenti e dei pensieri, che nella loro natura autoprodotta, innescano una volontà di scollamento e di rottura che anche nel sottoscritto hanno sempre avuto un sotteso critico-purista di un andare ‘controcorrente’ per condividere e confrontarsi con tutti coloro che volessero trovare uno ‘spazio’ sempre più ‘agevole’ in cui muoversi. E’ stata una quantità di lavoro enorme come ebbe a dire anche B. Rudiger, caratterizzata da iniziative, non sempre condivise da tutti, ma soprattutto dove ognuno di noi, con i propri limiti, ha impegnato tante energie e aspettative. Non mi ricordo più se fu A. Vettese o L. Parmesani a scrivere della nostra rivista e del nostro spazio espositivo come fossero un trampolino di lancio verso il mondo dell’Arte, ma sicuramente ricordo che a noi, che ci avevamo investito tempo e danaro passo quasi come una offesa. Pazienza, ma sicuramente non si può negare che alla fine, guardando indietro, forse non era così sbagliato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Inevitabilmente, quindi, dopo varie peripezie e mostre in comune o personali, dove ognuno contribuiva come meglio poteva, arrivasse la rottura, e per quello che riguarda il sottoscritto dopo una mostra alla galleria Marconi di A. Trovato. In quell’occasione, Trovato, accompagnò uno scritto, in cui facendo propri brani tratti da 'sentieri interrotti' di M. Heidegger, come fossero di bocca dell'artista, e soprattutto come se questo fosse ll sistema migliore per sostituirsi al ruolo della critica, provocò a morte il mio purismo intellettuale, costringendomi pochi mesi dopo a pubblicare su Juliet (vedi pag scritti), un delirante monologo che riletto oggi, fa accapponare la pelle e soprattutto mostra un pensiero sconnesso, poco esplicitato, spesso pretestuoso. Il solo elemento simpatico da salvare è l'idea dell'Arte per non vedenti, che nella sua assurdità ironica pone di nuovo alla discussione il problema approfondito da A. Martini come conseguenza, nella scultura moderna della esagerata preoccupazione per la visibilità (la topica) che provocherebbe, quasi per scherzo, un effetto contrario di invisibilità.